"Colei che resta" di Rene' Karabash — La recensione dell'Indie Book club
L'Albania è a pochi chilometri da noi eppure, quando abbiamo aperto questo libro, ci siamo trovati di fronte a un mondo che nessuno di noi conosceva davvero. Il Kanun, ovvero il codice arcaico consuetudinario albanese, e le vergini giurate, le burrnesha, donne che rinunciano alla propria femminilità per vivere come uomini e sfuggire a una condizione di totale assoggettamento: tutto era per noi territorio inesplorato.
La curiosità che ne è nata è stata subito contagiosa, propria del nostro gruppo di lettura che ama spaziare in altri ambiti dell'audiovisivo a partire dal libro del mese. Abbiamo iniziato guardando il video di Lali, ad oggi l'ultima burrnesha rimasta nell'Albania settentrionale. Ci siamo ritrovati a cercare film che richiamassero quelle atmosfere e a voler approfondire con la lettura di "Aprile spezzato" di Ismail Kadaré, citato in una nota a piè di pagina dello stesso romanzo. Prima dell'incontro, ci siamo anche avvicinati al progetto fotografico Je Burrneshe della fotografa Paola Favoino e dell'artista Hristova, i cui lavori hanno accompagnato la nostra discussione, regalandole anche un volto visivo di forte impatto.
Lo stile è stato il centro della nostra conversazione più lunga. Non semplicemente perché la prosa di René Karabash sia poetica ed evocativa ma perché 'questa storia non avrebbe potuto essere raccontata altrimenti'. Il flusso di coscienza, la punteggiatura rarefatta, le ripetizioni ritmiche richiamano la trasmissione orale dei saperi, il modo in cui leggende e tradizioni si tramandano di voce in voce, tra il mitologico e i racconti di viaggio. E creano con il lettore una vicinanza emotiva che è quasi fisica. In questo romanzo la forma è anche il senso. Su tutte, "casa è lì dove ti tarpano le ali.", è una frase che ha stuzzicato le nostre matite, sempre pronte a sottolineare (o fare le orecchie alle pagine, dipende dal team).
La violenza non viene mai descritta esplicitamente, eppure è ovunque: nelle strutture, nei silenzi, nelle consuetudini. Ci ha colpito la crudeltà ordinaria di pratiche non poi così lontane nel tempo, la brutalità con cui vittime e carnefici devono condividere un pasto dopo aver versato sangue, la totale insignificanza delle donne, esseri la cui dote poteva contenere tanto il vestito da sposa quanto il proiettile destinato a loro stesse qualora non risultassero pure. La violenza è l'effetto della gabbia, non la causa. Se c'è una speranza, è per chi riesce a spezzare il cordone ombelicale, materiale e simbolico, che lega in una perenne e penosa poesia le proprie vite a quella terra.
Una nota a margine, senza spoiler: nel romanzo è presente un'inesattezza scientifica grande almeno quanto un feto di 33 anni (leggere per credere). Secondo noi, l'autrice avrebbe potuto trattare questo passaggio con più eleganza, mantenendo la nebbia che lo stile stesso avrebbe consentito. Non aggiungiamo altro per non fare spoiler, ma a noi queste cose non sfuggono!
Nel complesso, Colei che resta è piaciuto a tutti. Ad alcuni ha preso immediatamente, ad altri ha chiesto la pazienza delle narrazioni circolari e degli sforzi di memorie vorticanti ed ingannevoli, ma nessuno è rimasto indifferente. È un libro che lavora sotto pelle anche a fine lettura, silenzioso e tenace. Di "Colei che resta", resta tutto.
Giudizio del gruppo: Eccellente (4 su 5)
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